bruco mangiaplastica scoperta di Federica Bertocchini

Un bruco mangiaplastica: la scoperta rivoluzionaria di una biologa Italiana

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Un piccolo bruco potrebbe rivoluzionare l’intero sistema di riciclo e smaltimento della plastica e del polietilene. 

La scoperta è stata fatta da Federica Bertocchini, una ricercatrice italiana in biologia molecolare che vive e lavora a Santander, in Spagna.

L’inquinamento ambientale dei rifiuti in plastica e polietilene è tra i più dannosi che esistono sul nostro pianeta. Basta pensare che in tutto il mondo vengono prodotte 22.000 bottiglie di plastica al secondo  e che nei nostri mari ci sono tonnellate di plastica e rifiuti che  le correnti marine hanno accumulato in vere e proprie isole di spazzatura grandi quanto la penisola Iberica, per capire l’entità del problema.  

Fino ad oggi si è sempre considerata la plastica e il polietilene come un materiale difficile da smaltire, non biodegradabile e dannoso per gli animali. Per questo motivo sia i governi che il mondo scientifico si sono mossi da una parte nell’incentivare il riciclo e il riutilizzo della plastica, dall’altra nell’individuare materiali alternativi in grado di sostituire il polietilene, come la bioplastica.

Grazie alla straordinaria scoperta della ricercatrice e biologa Federica Bertocchini, oggi possiamo pensare ad una soluzione in più per risolvere il problema dell’inquinamento ambientale e dello smaltimento della plastica e del polietilene. Ad aiutarci, è ancora una volta la natura e in particolare un animale: la larva della Galleria Mellonella. Questo piccolo animaletto è chiamato anche Camola del miele ed è un bruco color bianco panna e con la testa marrone, che raggiunge una taglia massima di circa 3 cm e che viene usato soprattutto per la pesca.

La ricercatrice appassionata di apicoltura ha scoperto che questo animale va matto proprio per il polietilene, quella plastica che è tanto indigesta a tutto il resto del Pianeta. Curioso è anche il modo in cui la biologa ha fatto questa sensazionale scoperta: 

Io in realtà mi occupo di biologia dello sviluppo: studio gli embrioni. La scoperta del bruco mangiaplastica è avvenuta per caso. Ho l’hobby dell’apicoltura, e l’abitudine – in inverno – di tenere gli alveari vuoti in casa. Nel tirarli fuori per la primavera, l’anno scorso mi sono accorta che erano pieni di questi bachi. Così li ho ripuliti, raccogliendo i bachi in una borsa di plastica. Qualche ora dopo era già piena di buchi e le larve libere” spiega la Bertocchini, che ha pubblicato il suo studio su Current Biology insieme a Paolo Bombelli e a Chris Howe, entrambi biochimici dell’Università di Cambridge.

Naturalmente, dopo il primo momento di stupore e incredulità, il team di scienziati ha subito cominciato a farsi delle domande e soprattutto a trovare delle risposte scientifiche che supportassero la loro ipotesi.

La prima domanda che i ricercatori si sono posti è: come riesce il bruco a  mangiare la plastica?
La risposta è arrivata analizzando il principale cibo di cui si nutrono: la cera d’api. La cera d’api è un ricco complesso di molecole diverse, che però contiene un legame analogo a quello che sostiene la robusta struttura molecolare del polietilene: una catena di atomi di carbonio che si ripete.

Da qui sono partiti i ricercatori, che stanno studiando e sperimentando quale sia il meccanismo metabolico e il processo chimico preciso che c’è alla base della degradazione delle molecole di polietilene.

Abbiamo spalmato sul polietilene un impasto di G. mellonella, notando che la degradazione ha luogo. Dopo 12 ore la massa della busta si era ridotta di 92 milligrammi: un tasso di degradazione estremamente rapido, rispetto a quello finora osservato in altri microrganismi capaci di digerire la plastica. Da un’analisi chimica più approfondita si potrà scoprire l’enzima o il batterio antiplastica nascosto nel sistema digestivo della larva.” spiega la Bertocchini.

Se si riuscisse a riprodurre il processo chimico su larga scala utilizzando le biotecnologie, questa scoperta rivoluzionerebbe il processo di smaltimento dei rifiuti in plastica, che sono tra i più inquinanti che esistono al mondo.

 

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