bandiera dell'Isola di Spazzatura del Pacifico

L’isola di spazzatura del Pacifico (Pacific Trash Vortex)

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Il Pacific Trash Vortex (isola di spazzatura del Pacifico) è un enorme ammasso di rifiuti, in prevalenza frammenti di plastica, che le correnti hanno radunato nel corso dei decenni un una zona dell’Oceano Pacifico che si trova tra il 135° e il 155° parallelo Nord, alcune migliaia di miglia al largo della costa occidentale degli Stati Uniti e del Canada, e poco Nord delle Isole Hawaii.

Le sue dimensioni non sono mai state definite con certezza, ma le stime variano dai 700 mila Kmq (più o meno la superficie di una nazione come la Francia) addirittura a oltre 10 milioni di Kmq (ben più dell’intera estensione degli Stati Uniti).

Recentemente ha fatto scalpore la proposta provocatoria avanzata da alcune associazioni ambientaliste alle Nazioni Unite di riconoscere l’isola come uno stato sovrano. Al Gore si è addirittura candidato a diventarne presidente. E’ stato proposto un nome per questa nuova nazione: il “Great Pacific Garbage Patch” e addirittura una bandiera. Naturalmente l’obiettivo di questa iniziativa simbolica è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema del crescente inquinamento dei mari e degli oceani con materiali plastici, che sta diventando sempre più insostenibile e sta mettendo in crisi l’ecosistema marino, con conseguenze dirette anche sull’alimentazione umana (molti dei pesci che mangiamo, anche se pescati in acque lontane dalle coste, sono oggi contaminati da idrocarburi e plastica).

Mappa dell'isola di spazzatura del pacifico

Una bottiglia di plastica richiede oltre 100 anni per decomporsi, ma il polietilene di cui è fatta è un materiale non biodegradabile, che contaminerà l’ambiente per tempi ancora più lunghi, diventando parte stabile del ciclo alimentare di tutte le specie, non solo marine.

In realtà, se quando pensate all’isola di spazzatura del Pacifico immaginate una grande distesa di sacchetti e bottiglie che coprono la superficie dell’oceano vi state sbagliando. Effettivamente è così che la descrivono spesso i media, ma le cose sono un po’ diverse. In realtà si tratta di un’area in cui la concentrazione di plastica è sì rilevante, ma si parla di circa 0,4 frammenti per metro cubo. La maggior parte di questi frammenti poi è di dimensioni microscopiche.

Se vi trovaste al centro del Pacific Trash Vortex probabilmente non ve ne accorgereste neppure. Questo però non significa affatto che i milioni di frammenti di plastica concentrati in quell’area non siano dannosi o pericolosi.

Qualche anno fa la biologa marina Miriam Goldstein ha condotto una ricerca insieme al suo team prelevando campioni casuali di acqua in un’area vasta circa 1.700 Kmq del Pacifico. Su 119 campioni casuali, ben 117 contenevano almeno una traccia o un frammento di plastica. E’ un dato sconcertante, soprattutto se lo si confronta con simili ricerche effettuate nei decenni precedenti: gli studiosi sono in grado di affermare che la concentrazione di plastica nel Pacifico è cresciuta di due o tre ordini di grandezza dagli anni ’70 del secolo scorso ad oggi, sia per numerosità dei frammenti, sia per massa.

I problemi causati da questa massa di plastica non si limitano al ciclo alimentare di pesci e uccelli. Una delle conseguenze inaspettate del fenomeno è il proliferare di alcuni animali che traggono giovamento dalla plastica. Si tratta di alcune classi di insetti e di alcuni invertebrati marini che utilizzano i residui solidi come supporto per deporre le uova e riprodursi in modo eccessivo. Questo causa inevitabilmente degli squilibri nell’ecosistema, con conseguenze non del tutto prevedibili.

Cosa succederà davvero all’intero ecosistema oceanico se non troveremo un rimedio a questo accumulo di plastica nessuno può dirlo con certezza. Se l’isola di spazzatura del Pacifico, come tutto lascia pensare, continuerà a crescere al ritmo seguito finora potremmo trovarci in breve davanti a un disastro ecologico senza rimedio.

Le soluzioni non sono per nulla semplici. Prima di tutto bisognerebbe lavorare ad accordi internazionali per ridurre la produzione di materiali plastici (un po’ come si è fatto per le emissioni di Co2). Se la quantità di plastica prodotta nel mondo continuerà a crescere come sta facendo in questi anni, sarà difficile fare qualcosa.

D’altra parte bisognerebbe anche trovare un modo per cominciare a ripulire le aree marine altamente contaminate, come la zona del Pacific Trash Vortex.

Una società fondata da due giovani australiani ha sviluppato un’idea piuttosto semplice: si chiama seabin, e consiste in un bidone galleggiante in grado di filtrare 24h su 24h l’acqua marina, eliminando non solo i rifiuti solidi, ma anche i residui di detersivi e sostanze inquinanti. L’idea è di produrre questi sistemi su larga scala e distribuirli su ampie superfici di mare. L’idea è ambiziosa e probabilmente troppo complessa da realizzare su scala planetaria. Almeno però è importante che qualcuno cominci a pensare seriamente a idee e soluzioni per risolvere questo problema quasi dimenticato.

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