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Permafrost: se il ghiaccio si scioglie si rischia una catastrofe

Energia e Ambiente, In Evidenza

Se lo strato di ghiaccio delle regioni artiche (permafrost) dovesse sciogliersi, il clima rischierebbe di cambiare drasticamente in brevissimo tempo.

Lo rivela una ricerca dell’ISMAR-CNR di Bologna pubblicata in questi giorni su Nature Communications.

La regione Artica – ecosistema delicato e da preservare – finisce spesso per fare da cartina tornasole sullo stato di salute della Terra. Studiare la regione più fredda dell’emisfero Nord permette di cogliere e ipotizzare i cambiamenti climatici in corso e quelle future. Trasformazioni che, negli ultimi anni, si sono fatte sempre più significative e che dovrebbero (e avrebbero già dovuto) rappresentare un monito per l’uomo e per l’impatto delle sue politiche scellerate in tema di consumi e sfruttamento delle risorse.

Il monito della Terra

L’azione antropica degli ultimi decenni ha visto il labile equilibrio climatico assottigliarsi ed evidenziare la sempre più traballante condizione di malato cronico del nostro Pianeta. Certo, abbiamo sentito queste frasi miliardi di volte. Il problema è che l’uomo, nonostante ciò, continua a fare spallucce, volge lo sguardo altrove e ripone il problema nel polveroso cassetto delle questioni rimandate e mai più prese concretamente in considerazione.

Questa volta però c’è un “ma” e metterci una toppa potrebbe rivelarsi davvero troppo complicato anche per gli abitanti della Terra la quale prova sempre ad avvisarci che qualcosa non va e che il malato, non solo corre il pericolo di non conoscere convalescenza, ma rischia di veder aggravarsi la sua condizione.

permafrost si scioglie

Lo studio dell’ISMAR-CNR

Il segnale di allarme questa volta arriva dal permafrost, lo strato di terreno ghiacciato tipico delle regioni artiche, che sciogliendosi libera nell’atmosfera ingenti quantità di gas serra. A rivelarlo è lo studio dell’Istituto di Scienze Marine (Ismar) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) di Bologna che ha corroborato una tesi che tra gli studiosi circola da diversi anni: lo scioglimento dei ghiacciai provocato dall’uomo, in particolare del permafrost, rilascia a sua volta CO2 nell’atmosfera.
Dai carotaggi effettuati alla foce del fiume siberiano Lena, al largo del Mare Artico di Laptev, i ricercatori di ISMAR-CNR hanno scoperto che sotto la spessa, ma sempre più sottile, lastra di permafrost sono immagazzinate enormi quantità di CO2 e metano risalenti all’ultima glaciazione. Quantità di carbonio pari a quasi due secoli di emissioni. La stessa cosa potrebbe accadere anche in altre parti del mondo, come il lago Abraham in Canada, dove le bolle di gas metano di tutte le forme e dimensioni attirano ogni anno fotografi e turisti da tutto il mondo. Se il gigante dormiente – come lo chiamano gli esperti – dovesse svegliarsi, le conseguenze sarebbero a dir poco sconvolgenti.

 

Evitare i rischi imparando dal passato

Il permafrost ha, fino a oggi, celato sotto di sé il carbonio presente nelle biomasse del suolo, materiale organico derivante da antiche foreste e animali che, nel corso dei secoli si è sedimentato al suolo. Questo materiale inerme rischia ora, con lo scioglimento del permafrost, di entrare in contatto con i batteri in grado di innescare quei processi che potrebbero portare, nei prossimi due secoli, a un’ulteriore e poderosa scossa al clima con un innalzamento delle temperature e un conseguente aumento del riscaldamento globale.

Tommaso Tesi, primo firmatario dello studio, ricordando l’aumento delle temperature avvenuto già migliaia di anni fa, sottolinea come “lo studio evidenzi l’importanza di apprendere da quello che è successo nel passato per affrontare al meglio il futuro”.
Anche in questo caso, dunque, la ricerca ha permesso di cogliere i nuovi segnali della Terra. Segnali che, speriamo, permettano finalmente all’uomo di riaprire quel maledetto e polveroso cassetto chiuso ormai da troppo tempo.

 

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