Bioplastica, materiale del futuro?

Bioplastica, materiale del futuro?

Prodotta attraverso la lavorazione di materiali biologici e/o biodegradabili, la bioplastica promette di risolvere gran parte delle problematiche legate all’uso della comune plastica “sintetica”. Ma è davvero così? Scopriamolo insieme.

L’inquinamento da plastica è una delle questioni ambientali più pressanti dell’ultimo decennio: da un lato, la produzione di oggetti in plastica usa e getta sta di gran lunga superando la nostra capacità di smaltirla in modo efficace e sostenibile. Dall’altro, il problema delle microplastiche – ovvero piccoli frammenti di plastica, prodotti in gran parte dalla disgregazione di oggetti in plastica più grandi ad opera di agenti fisici quali sole, vento e acqua – sta mettendo a serio rischio la sopravvivenza degli ecosistemi acquatici e marini.

Queste problematiche sono ulteriormente esacerbate dal fatto che, una volta entrati nell’oceano, i rifiuti plastici sono difficilissimi da recuperare e spesso finiscono addirittura per entrare nella catena alimentare umana. Questo perché le micro particelle di plastica vengono ingoiate dai pesci che portiamo quotidianamente sulle nostre tavole – sempre se non vengono uccisi prima da rifiuti in plastica di grandi dimensioni, come colli di bottiglia o sacchetti monouso.

Se la soluzione principale per ridurre la portata di questo fenomeno dovrebbe essere quella di migliorare i sistemi di gestione e riciclaggio dei rifiuti e vietare la produzione di oggetti in plastica monouso, dall’altra un numero crescente di grandi aziende stanno investendo in maniera crescente nello sviluppo e produzione delle cosiddette bioplastiche, prodotte attraverso l’uso di materiali che promettono di degradarsi molto più velocemente nell’ambiente rispetto alla comune plastica di origine fossile.

Ma queste bioplastiche possono davvero essere considerate come il materiale del futuro, o sono soltanto un modo alternativo di aggirare il problema della plastica, senza tuttavia risolverlo alla radice? Ma prima, che cos’è la bioplastica e come viene prodotta?

Bioplastica: cos’è e quali sono i tipi più comuni?

Considerata da molti come la nuova frontiera dei materiali plastici, la bioplastica viene prodotta – totalmente o in parte – attraverso l’uso di biomasse organiche (plastica bio-based), tra le più comuni grassi e oli vegetali, amido di mais, paglia, trucioli di legno, rifiuti alimentari e acido lattico, e/o attraverso l’uso di altri materiali biodegradabili (sintetici e non), anziché di derivati del petrolio e di altri materiali di origine fossile come nel caso della comune plastica “sintetica”.

La produzione della bioplastica implica quindi un procedimento diverso a seconda della materia prima scelta. In linea di massima, le bioplastiche “bio-based” sono prodotte attraverso la fermentazione degli zuccheri (polisaccaridi) contenuti nella biomassa, resa possibile dall’uso di batteri e lieviti che convertono i carboidrati in polimeri. Come vedremo meglio a breve, alcune bioplastiche, dette anche “durevoli”, sono invece mixate con polimeri plastici a base di petrolio.

Per riassumere, esistono tre distinti tipi di bioplastica:

  1. Plastica bio-based (ovvero prodotta – totalmente o in parte – attraverso l’uso di biomassa), ma non biodegradabile (in questo caso le materie prime vegetali vengono mixate con polimeri plastici non biodegradabili.) Esempi sono le plastiche bio-PE, bio-PP e bio-PET, fabbricati a partire dalla canna da zucchero ed il PA biobased, prodotto a partire da olii vegetali. Questi materiali sono principalmente usati nella produzione di imballaggi e di fibre usate nel settore tessile;
  2. Bioplastica prodotta interamente partendo da materie prime non rinnovabili, ma biodegradabile (i cosiddetti “polimeri biodegradabili”), come la plastica PBAT (prodotta a partire dal polibutirrato-adipato-tereftalato), PCL (dal policaprolattone) e PBS (dal polibutilene succinato); questi polimeri vengono in genere usati in combinazione con amido e altre bioplastiche, alle quali conferiscono migliori proprietà sia meccaniche che in termini di biodegradabilità;
  3. Plastica bio-based (prodotta parzialmente o interamente da biomassa) e biodegradabile. In questa tipologia rientrano la plastica PLA (prodotta partendo dall’acido polilattico) e generalmente utilizzato per gli imballaggi alimentari, PHA (da polidrossialcanoati), comunemente impiegato nell’industria medica, PHB (da acetil-CoA), ed altre plastiche a base di amido (come ill MaterBi®, comunemente utilizzato per i sacchetti della raccolta dell’umido).

Da questa prima distinzione possiamo dunque concludere che:

  • Bio-based non è sinonimo di biodegradabile: alcune tipologie di bioplastica prodotte da biomassa non solo sono biodegradabili in natura (ovvero non riescono a decomporsi del 90% entro 6 mesi ed in modo analogo a quanto accade ai rifiuti naturali), ma potrebbero addirittura rilasciare micro-particelle non compostabili nell’ambiente;
  • Al contrario, alcune tipologie di polimeri (creati a partire da materiali fossili) sono biodegradabili e compostabili;
  • Non tutte le bioplastiche sono compostabili, poiché possono rilasciare sostanze potenzialmente tossiche nel processo di decomposizione. Ecco perché è sempre bene far riferimento ai requisiti UNI EN 14342, che indicano quali materiali possono essere smaltiti nell’umido e successivamente sottoposti al processo di compostaggio. Di conseguenza, soltanto la bioplastica biodegradabile e compostabile potrà essere conferita nell’umido mentre, in assenza della dicitura “compostabile”, il rifiuto dovrà essere gettato nell’indifferenziata. Ad ogni modo, è sempre buona pratica attenersi a quanto indicato dal produttore sulla confezione.

Bioplastica: vantaggi e svantaggi di questo materiale

La bioplastica – o, per meglio dire, le bioplastiche – è un materiale estremamente versatile e che ben si presta a sostituire la comune plastica di origine sintetica in numerose applicazioni, dalla produzione di imballaggi e prodotti monouso (quali piatti, stoviglie e prodotti per la casa e l’igiene personale, per i quali viene già ampiamente utilizzata) al settore medico, edilizio e dei trasporti.

Tra i vantaggi della bioplastica rispetto alla plastica di origine fossile troviamo infatti:

  • Un minor impatto ambientale e sugli ecosistemi naturali, in quanto -nella maggior parte dei casi- si degrada più rapidamente rispetto a quella creata a partire da materiali di origine fossile. Inoltre, fornisce maggiori possibilità di riciclo e compostaggio rispetto alla plastica “sintetica”;
  • Può essere prodotta a partire da fonti organiche e rinnovabili (plastica bio-based), riducendo il rischio di esaurimento delle materie prime, oltre che l’utilizzo di materiali fossili e, di conseguenze, le emissioni di gas serra connesse alla loro estrazione;
  • Consente un approvvigionamento più sicuro e stabile nel tempo, in quanto la produzione di bioplastica è slegata da una risorsa inquinante e finita come quella petrolifera;
  • L’uso di materiale organico e di scarto nella plastica bio-based può, da un lato, costituire una valida soluzione per lo smaltimento dei rifiuti di origine agricola; allo stesso tempo, può fornire un importante incentivo allo sviluppo del settore agricolo, combattendo l’eccessiva urbanizzazione delle aree rurali;
  • È più sicura per l’uomo e per gli animali, in quanto – soprattutto nel caso della bioplastica biodegradabile – i rischi di rilascio di microplastiche nell’ambiente, nell’acqua e negli alimenti sono ridotti al minimo.

Tuttavia, pur presentando numerosi vantaggi, esistono ancora delle problematiche legate all’uso e alla diffusione su larga scala della bioplastica. Tra questi troviamo:

  • I costi di produzione (soprattutto quelli di trasporto delle materie prime) sono ancora piuttosto elevati, soprattutto rispetto alla plastica tradizionale, il che incide ovviamente anche sul prezzo finale. Questo è uno dei maggiori limiti -almeno in un futuro prossimo- alla completa sostituzione della plastica di origine fossile con la bioplastica;
  • L’approvvigionamento delle materie prime necessarie per la produzione della bioplastica è ancora in larga misura de-regolamentato e avviene spesso in maniera poco sostenibile, ponendo seri rischi per la deforestazione di vaste aree e contribuendo a ridurre la quantità di suolo destinabile ad uso alimentare;
  • Non tutta la bioplastica è compostabile e/o prodotta partendo da fonti rinnovabili e spesso viene smaltita in modo scorretto. Inoltre, la produzione di bioplastica non ha ancora un impatto ambientale pari zero, soprattutto perché genera un numero elevato di rifiuti, tra cui anche pericolose microplastiche.

Bioplastica, il materiale del futuro? Un bilancio

La bioplastica (e soprattutto quella bio-based e biodegradabile) è un materiale che presenta numerosi vantaggi, sia in termini di impatto sull’ambiente che di smaltimento, e può quindi essere considerata come una buona soluzione alle problematiche poste dalla produzione della plastica “tradizionale”. Tuttavia, sussistono ancora delle problematiche che ostacolano la sua diffusione ed adozione su larga scala.

In primo luogo, non dobbiamo scordare che il processo di produzione delle bioplastiche -ed in particolar modo di quelle non biodegradabili- non è ancora completamente sostenibile, in quanto comporta ancora la produzione di rifiuti potenzialmente inquinanti.

Inoltre, sussistono ancora delle problematiche relative all’approvvigionamento delle materie prime, che andrebbe regolamentato sia in termini di qualità che di provenienza delle stesse. In particolare, incentivare l’approvvigionamento locale consentirebbe di ridurre i costi di trasporto delle biomasse, ancora piuttosto elevati. Ciò contribuirebbe a sua volta ad abbassare il prezzo finale della bioplastica, favorendone ulteriormente la diffusione su larga scala.

Da ultimo, uno studio UNEP di qualche anno fa ha dimostrato come etichettare un prodotto come “biodegradabile” non fosse sufficiente a spingere il cittadino medio a prestare attenzione all’impatto ambientale dei propri acquisti. Al contrario, l’utilizzo di imballaggi e confezioni biodegradabili potrebbe addirittura contribuire a deresponsabilizzarlo, favorendo indirettamente la sua propensione ad abbandonare le confezioni biodegradabili nell’ambiente (o, comunque, a non smaltirle correttamente). Ecco perché l’adozione su larga scala delle bioplastiche dovrà necessariamente essere accompagnata da una corretta campagna di informazione circa le modalità di smaltimento e riciclaggio delle stesse.

In conclusione, possiamo dire che, in linea con quanto sostenuto nellEU policy framework on biobased, biodegradable and compostable plastics (“Quadro politico dell’UE sulle plastiche bio-based, biodegradabili e compostabili”, ovvero il documento approvato dalla Commissione Europea nel novembre 2022 al fine di definire il quadro normativo per l’adozione delle bioplastiche a livello europeo), nonostante le bioplastiche siano più ecologiche rispetto alla plastica di origine fossile, sussistono ancora evidenti problematiche dal punto di vista ecologico, logistico e normativo che necessitano di un’attenta valutazione.

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