COP 28 Dubai: tutto quello che c'è da sapere alla vigilia dell'inizio

COP 28 Dubai: tutto quello che c’è da sapere alla vigilia dell’inizio

Riuscire ad allineare quanto più possibile l’azione per il clima con il raggiungimento degli obiettivi per lo sviluppo sostenibile (SDGs): questo è uno dei principali punti nell’agenda della Conferenza delle Parti (“Conference of the Parties”) della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), che avrà inizio tra qualche giorno a Dubai, capitale degli Emirati Arabi Uniti. Ma non solo: tra finanza climatica, stop all’uso dei combustibili fossili e il primo Global Stocktake sul rispetto degli obiettivi contenuti negli Accordi di Parigi, governi, grandi corporations e parti civili dovranno impegnarsi in maniera concreta per porre un freno alla più grande crisi climatica che la nostra Terra abbia mai visto.

Tra una settimana esatta avrà inizio la tanto attesa 28° edizione della Conferenza delle Parti sui Cambiamenti climatici, quest’anno ospitata sotto la guida di Sultan al-Jaber dagli Emirati Arabi Uniti (UAE), uno dei maggiori produttori di petrolio al mondo, nonché ai primi posti nella classifica dei Paesi con il numero più elevato di emissioni di gas serra pro capite.

Nelle due settimane tra il 30 novembre 2023 e il 12 dicembre 2023, i leader di 197 Paesi si riuniranno presso l’Expo City di Dubai per discutere di finanza climatica, carbon neutrality e azioni di mitigazione dei cambiamenti climatici, con l’obiettivo ultimo non solo di mettere in atto azioni più ambiziose e lungimiranti, ma anche di abbandonare l’assolutismo ambientale dietro cui molti Stati si sono trincerati negli ultimi anni in favore di un approccio più multidisciplinare e integrato al tema del cambiamento climatico.

Un approccio che dovrà partire dall’armonizzazione delle strategie di adattamento al cambiamento climatico messi in atto dai singoli Stati con quelle mirate al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals – SDGs) contenuti nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Uniti.

Senza contare che la COP 28 coinciderà anche con il primo grande bilancio  globale – Global Stocktake (GST) – sull’andamento dei programmi nazionali per la riduzione delle emissioni di CO2 messi in atto in seguito agli Accordi di Parigi del 2015. Accordi che, ricordiamo, hanno l’ambizioso obiettivo di «limitare ben al di sotto di 2 gradi Celsius il riscaldamento medio globale rispetto al periodo preindustriale, puntando a un aumento massimo pari a 1,5 gradi».

Tra grandiosi proclami, appelli al boicottaggio da parte degli attivisti per il clima e presunte violazioni dei diritti dei lavoratori impegnati nella costruzione degli spazi che ospiteranno la Conferenza, ecco tutto quello che c’è da sapere sulla COP 28 di Dubai.

Conferenza delle Parti (COP): cos’è?

Nata nel 1992 in seguito al Summit della Terra di Rio, noto anche come Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo, vero e proprio spartiacque nella storia delle relazioni geopolitiche globali inerenti le azioni per il clima, la Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite (o COP, acronimo inglese per “Conference of the Parties”), da un punto di vista tecnico l’organo direttivo della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), è diventata nel tempo il principale forum globale in cui i leader mondiali ogni anno si riuniscono, assieme a rappresentanti delle industrie e della società civile, per affrontare le complesse sfide legate all’adattamento e alla mitigazione ai cambiamenti climatici.

In tal senso, la Conferenza – che ogni anno si svolge in un Paese diverso, ruotando tra i cinque continenti – rappresenta un’importante pietra miliare nella governance globale in materia ambientale. Attraverso queste conferenze, i leader mondiali collaborano tra loro e con altri attori di primaria importanza non solo per negoziare obiettivi di riduzione delle emissioni concordati tra i diversi Paesi e che tengano in conto delle diverse necessità di sviluppo delle diverse regioni del globo, ma anche per identificare i prossimi passi nel lungo percorso verso la risoluzione della crisi climatica e promuovere azioni di adattamento e mitigazione compatibili con le esigenze dei diversi Paesi membri.

Nei 28 anni di conferenze, molti sono state le risoluzioni adottate dai Paesi membri: tra le più significative, il Protocollo di Kyoto (COP 3, 1997 ed entrato in vigore nel 2005), il primo accordo internazionale in cui i paesi industrializzati si sono impegnati concretamente a ridurre le emissioni di alcuni gas ad effetto serra responsabili del riscaldamento del Pianeta, con obiettivi variabili in base alle circostanze dei singoli Paesi, e l’Accordo di Parigi (COP 21, 2015 ed entrato in vigore nel novembre 2016), che prevede l’impegno da parte di tutta la comunità internazionale di «mantenere l’aumento totale della temperatura ben al di sotto dei 2°C, e possibilmente entro 1.5°C».

Per raggiungere questo ambizioso obiettivo, gli Stati firmatari dell’Accordo si sono impegnati a mettere in atto delle azioni concrete per ridurre le proprie emissioni di gas climalteranti con il fine ultimo di arrivare alla tanto auspicata neutralità climatica (climate o carbon neutrality) entro il 2050.

Centrale a tale proposito è stata la definizione da parte di ogni stato membro dei cosiddetti Contributi Nazionali Determinati, in inglese Nationally Determined Contribution (NDC), ovvero dei piani di azione contenenti in maniera dettagliata le misure che ciascuno di essi intendeva adottare per ridurre le emissioni di gas serra e mitigare l’impatto del cambiamento climatico. Piani che devono essere aggiornati e ripresentati ogni 5 anni in modo da alzare sempre più l’asticella delle azioni per il clima e, se necessario, correggere la rotta.

A loro volta, questi obiettivi sono ulteriormente revisionati su scala globale attraverso il cosiddetto Global Stocktake (in italiano “bilancio globale”), che avrà luogo per la prima volta proprio durante la Cop 28 di Dubai.

Cop 28: il primo Global Stocktake e l’ambizioso obiettivo della carbon neutrality

La ventottesima edizione della Conferenza delle Parti coinciderà anche con il primo Global Stocktake (GST), una sorta di inventario globale che consentirà ai Paesi membri di fare il punto sull’avanzamento collettivo dei passi in avanti mossi verso il raggiungimento degli obiettivi stabiliti con l’Accordo di Parigi, e di identificare eventuali lacune sulle quali lavorare in maniera congiunta per accelerare l’azione globale per il clima.

Nelle parole del Segretario esecutivo delle Nazioni Unite per il cambiamento climatico, Simon Stiell, il global stocktake sarà molto più che un normale check-up di routine, ma un “momento di correzione della rotta”, un’opportunità per aumentare l’ambizione della risposta collettiva al cambiamento climatico ed evitarne così le peggiori conseguenze. Basati sui risultati di questo “inventario” si potrà poi creare una sorta di tabella di marcia per il prossimo quinquennio con “percorsi di soluzione” che guidino l’azione immediata non solo dei singoli Paesi, ma anche dei settori e delle regioni all’interno degli stessi. Nelle parole del presidente della Cop 28, Sultan al-Jaber, dei piani concreti per riportare i paesi sulla buona strada delle azioni climatiche e raggiungere eventualmente la tanto agognata neutralità climatica.

Non sarà quindi il bilancio globale in sé a cambiare le carte in tavola – anche perché, come tutti sapremo, gli sforzi fatti finora dai governi mondiali sono stati per lo più insufficienti per raggiungere il cosiddetto “picco” di riduzione che era invocato come necessario entro il 2020 – ma sarà la risposta globale agli esiti dello stesso a fare la differenza.

Senza dimenticarci che si tratterà della prima Cop dopo la pubblicazione dell’ultimo aggiornamento del 6° Assessment Report dell’IPCC (AR6), ovvero il rapporto del Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC) che riassume e sintetizza la scienza del clima più aggiornata, fornendo le basi per su cui costruire le prossime politiche per il clima.

Multidisciplinarietà e armonizzazione della climate action con gli obiettivi per lo sviluppo sostenibile (SDGs)

Un altro grande tema in agenda durante le sessioni della COP 28 è quello riguardante la necessità di adottare un approccio più multidisciplinare ed integrato all’azione climatica, coinvolgendo attori chiave per la transizione energetica quali lo stesso settore degli idrocarburi e quello della finanza, ed armonizzandola con gli obiettivi globali per lo sviluppo sostenibile (sustainable development goals, o SDGs).

A tal proposito, forte sarà l’accento sulla necessità di istituire un fondo per la finanza climatica, ovvero uno strumento che raccolga tutte le risorse stanziate dai diversi Paesi per finanziare le azioni di mitigazione ed adattamento alla crisi climatica. Argomento di cui si è parlato molto durante la scorsa edizione della Conferenza (COP 27, svoltasi a Sharm el-Sheikh), ma che per ora è ancora fermo ad uno stato embrionale.

L’auspicio è quello che nella città mediorientale i governi e le le loro delegazioni saranno in grado di definire in maniera più chiara non solo la quantità di risorse da stanziare, ma anche in che proporzioni e sulla base di quali criteri, facendo comunque sempre uso di un qualche tipo di principio di proporzionalità, che deve essere sempre alla base dei negoziati per il clima come previsto dal principio delle “responsabilità comuni ma differenziate” concordato durante le sessioni degli anni Novanta.

Spazio sarà poi dato anche alla definizione delle regole attuative del cosiddetto meccanismo delle “perdite e dei danni” (Loss and Damage) approvato durante la Cop 26 di Sharm el Sheik, uno strumento che permetterà di recuperare preziose risorse da utilizzare per attuare interventi di ripristino e salvaguardia ambientale nei Paesi in via di sviluppo, particolarmente soggetti alle ripercussioni negative degli eventi climatici estremi.

Cop 28 Dubai: tra critiche, controversie e speranze

Alla vigilia dell’inizio della Conferenza che, stando al suo slogan “UNITE. ACT. DELIVER.” (“Unire, agire, consegnare”) dovrebbe rappresentare un punto di svolta nell’azione globale per il cambiamento climatico, non mancano le critiche rivolte non solo all’effettivo contenuto delle voci in agenda per la manifestazione, ma anche alla scelta della location (ricordiamo che, nonostante gli sforzi fatti negli ultimi anni, gli Emirati Arabi Uniti sono stati a lungo tra i Paesi con il più alto tasso di emissioni gas climalteranti pro capite) e, cosa non da dimenticare, il fatto che il presidente stesso della Conferenza, Sultan Ahmed Al Jaber, sia l’amministratore delegato della principale compagnia petrolifera degli Emirati Arabi Uniti.

Da qui l’iniziativa Boycott COP 28 (e l’hashtag #BoycottCOP28UAE), portata avanti da oltre 180 attivisti per il clima provenienti da tutto il mondo che, come si può leggere nella lettera pubblicata sul quotidiano francese Le Monde, hanno chiesto a associazioni ambientaliste, ONG e scienziati di non sostenere, ma anzi condannare e boicottare la decisione di organizzare la COP negli UAE.

Inoltre, non mancano anche le accuse di violazioni dei diritti dei lavoratori incaricati di costruire gli edifici che ospiteranno l’evento, in larga parte immigrati, costretti a lavorare turni infinite sotto il sole cocente nonostante esista addirittura una legge, nota anche come “Divieto di mezzogiorno”, che vieta ogni tipo di lavoro all’aperto nelle ore più calde della giornata.

La posta in gioco è davvero alta e non resta che aspettare qualche giorno per vedere se la conferenza di Dubai potrà diventare un punto di svolta verso un modello di sviluppo più sostenibile e decarbonizzato, riabilitando non solo la reputazione degli UAE stessi, ma anche anche quella della comunità internazionale di agire in maniera concertata per la soluzione di problemi urgenti e di importanza globale come la crisi climatica.

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