Deepwater Horizon: dopo sei anni ecosistema marino in pericolo

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Il disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon  nel golfo del Messico, continua ad avere effetti drammatici su interi ecosistemi marini.

Secondo un recente studio, presentato a febbraio all’Ocean Sciences Meeting di New Orleans, la fauna di microbi che viveva attorno ai relitti nelle profondità del Golfo del Messico ha subito significativi cambiamenti dopo il rovescio di petrolio della piattaforma Deepwater Horizon, avvenuto nel 2010. A 6 anni dal disastro ambientale, il petrolio continua ad avere effetti drammatici su interi ecosistemi.

Un habitat speciale in pericolo

Sul fondo dell’oceano nel Golfo del Messico vi sono più di 2000 relitti noti, navi affondate in 500 anni di storia, dagli esploratori spagnoli alla guerra civile, fino alla Seconda Guerra mondiale. Ognuna è unica e ha qualcosa da raccontare, da come, quando e dove è stata costruita e da chi, al modo in cui ha preso parte agli avvenimenti che hanno portato il mondo dove è oggi. Ognuna conserva potenzialmente segreti storici sconosciuti. Queste navi hanno avuto un impatto inevitabile, ma del tutto particolare, sull’ambiente.

I microorganismi che popolano le profondità dell’oceano hanno creato delle biopellicole intorno ai relitti che emettono sostanze chimiche e attirano altri organismi, come molluschi e coralli, e ancora, in seguito, animali più grossi e “mobili”, come i pesci, attratti dalla presenza di cibo e anche dalle navi stesse, un buon rifugio dai predatori. I relitti hanno favorito, di fatto, la formazione di barriere coralline “artificiali”, un habitat che è oggi in grave pericolo.

Il disastro ambientale nel golfo del messico crea danni all'ecosistema marino

Il disastro e le conseguenze

Nell’aprile del 2010 il Golfo del Messico ha visto il peggior disastro ambientale causato dall’uomo nella storia degli Stati Uniti, quando l’esplosione del pozzo Macondo causò un riversamento in mare di oltre 643 milioni di litri di petrolio, perfino maggiore di quello provocato nel 1989 dalla petroliera Exxon Valdez, nel Golfo dell’Alaska.

Nel 2014 gli scienziati hanno stimato che un 30% del petrolio disperso si è depositato sul fondo dell’Oceano, investendo aree che ospitano i relitti e gli ecosistemi che essi favoriscono.

Tra le micro-comunità colpite dall’onda nera oggi prosperano dei microbi detti “mangia-petrolio”, attratti in massa poiché in grado di ricavarne energia per il proprio processo vitale. Le sostanze chimiche riversate in mare hanno cioè permesso il dominio di un solo tipo di microorganismi e questo rischia di danneggiare un ecosistema che ha impiegato decine o centinaia di anni a perfezionarsi e diversificarsi. L’esplorazione sui fondali da parte del NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) non restituisce buoni risultati.

La degradazione dei relitti

Per di più gli scienziati hanno scoperto che la presenza di questi microbi ha accelerato il processo di corrosione del metallo dei relitti. Preoccupa ora che la degradazione dei siti, molto più veloce del normale, possa causare la perdita di tante informazioni, spaccati di storia americana – e umana – che il mare non restituirà più. E ancora preoccupa che la scomparsa di questo unico e inestimabile habitat nuoccia alle forme di vita che vi hanno trovato sede. Quali saranno le conseguenze sul lungo termine e quale il modo di recuperare e preservare tale ecosistema, sono domande alle quali vale la pena rispondere.

Guarda il video sul disastro ambientale  Deepwater Horizon

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