Microplastiche: che cosa sono e perché sono così pericolose

Microplastiche: che cosa sono e perché sono così pericolose

Dai vestiti che indossiamo al cibo che mangiamo, passando per i prodotti di cosmesi che applichiamo sulla nostra pelle, le microplastiche sono ormai ovunque. Ecco perché sono così dannose e come possiamo difenderci da esse.

Tanto piccole quanto dannose, le microplastiche costituiranno una delle principali sfide ecologiche degli anni a venire. Infatti, se fino a qualche anno fa la percezione comune era che la diffusione incontrollata di questi piccolissimi pezzetti di plastica fosse un problema che riguardava soltanto l’inquinamento degli ecosistemi acquatici e marini, oggi sappiamo come la questione microplastiche sia in realtà ben più insidiosa.

Dai prodotti per la cura personale, passando per i capi di abbigliamento che siamo soliti indossare e, forse sorprendentemente, al cibo che consumiamo, sfuggire alle microplastiche è diventato sempre più difficile. Ne consegue che l’uomo, al pari di diverse specie animali, sarà sempre più esposto ai potenziali rischi associati all’ingestione di queste sostanze altamente tossiche.

Ecco perché è fondamentale affrontare il problema delle microplastiche al più presto, passando in primo luogo da specifici provvedimenti istituzionali, quali la messa al bando dei prodotti di plastica monouso e la corretta gestione dei rifiuti non biodegradabili. Provvedimenti che dovranno necessariamente essere accompagnati da una capillare opera di sensibilizzazione, che aiuti i comuni cittadini a prendere consapevolezza dei rischi associati alla presenza delle microplastiche in molti prodotti di uso comune e, allo stesso tempo, ad imparare ad evitarne la diffusione. Per fare questo, è però necessario fare un passo indietro e capire da dove nasce il problema delle microplastiche.

Microplastiche: che cosa sono e da dove vengono?

Come suggerito dal nome, le microplastiche sono dei piccolissimi pezzi di plastica con dimensioni che possono andare dai 330 micrometri ai 5 millimetri. In base alla loro origine, questi frammenti possono essere classificati in microplastiche primarie e secondarie. Vediamo insieme la differenza.

Microplastiche primarie

Con microplastiche primarie indichiamo tutti quei piccoli frammenti di plastica che vengono intenzionalmente creati per essere utilizzati nella formulazione di diversi prodotti di uso quotidiano, quali cosmetici, prodotti per la casa, vernici e colle, detergenti di vario tipo, ma anche glitter e brillantini. Il loro scopo? Quello di fornire maggiore potere abrasivo ad un determinato prodotto, di stabilizzarne la composizione o di migliorarne l’aspetto. Sebbene negli ultimi anni molte aziende abbiano notevolmente ridotto l’utilizzo di questa tipologia di microplastiche, si stima che queste rappresentino ancora il 15-31% di tutte le microplastiche presenti nell’oceano.

Microplastiche secondarie

A differenza di quelle primarie, le microplastiche secondarie non sono create ad hoc, ma derivano dall’uso e dal mancato smaltimento di diversi oggetti in plastica. Nel concreto, tra le microplastiche secondarie troviamo i piccoli frammenti derivanti dall’attrito dei pneumatici sull’asfalto, o anche quelli che finiscono nelle acque di scarico dopo il lavaggio degli indumenti sintetici. Altri esempi di microplastiche secondarie sono tutte le particelle derivanti dalla dispersione nell’ambiente di rifiuti plastici – quali buste della spesa, bottiglie d’acqua, packaging ed imballaggi di vario tipo, ma anche reti da pesca e residui di attività industriali marittime – che vengono letteralmente “decomposti” in micro particelle per effetto dell’erosione causata dai raggi ultravioletti del sole, dal vento, dalle onde, dai microbi presenti negli ambienti marini, ma anche dalle alte temperature. Data la loro natura, ridurre la produzione ed il consumo di prodotti in plastica, riutilizzare quelli già acquistati e smaltire correttamente quelli che non ci servono sono tutte azioni che potrebbero aiutare a ridurre sensibilmente la quantità di microplastiche secondarie che vengono quotidianamente disperse negli ecosistemi marini.

Dove si trovano le microplastiche?

Che siano microplastiche primarie o microplastiche secondarie poco importa: le microplastiche non sono più soltanto in mare. Sfruttando la loro leggerezza e le loro dimensioni sempre più ridotte, le microplastiche sono infatti ormai in grado di raggiungere fiumi, corsi d’acqua dolce ed anche falde acquifere, ma anche di volare nell’atmosfera e di ricadere sul suolo sottoforma di pioggia e neve, arrivando addirittura sulla cima di ghiacciai ed altri luoghi difficilmente raggiungibili dall’essere umano. E, come se non bastasse, possono anche entrare nel nostro organismo, sia attraverso il cibo che consumiamo quotidianamente, che attraverso l’aria che respiriamo.

Non a caso, tracce di microplastiche sono state rintracciate perfino nell’acqua minerale e nelle bevande gassate confezionate in bottiglie con il tappo di plastica. La sola apertura del tappo comporta, infatti, la dispersione di milioni nanoplastiche (particelle della scala di milionesimi di un millimetro) all’interno delle nostre bevande. E, ancora, nano e microplastiche sono state trovate sulla superficie dei biberon con cui nutriamo i nostri figli, nelle bustine del tè che siamo soliti consumare al pomeriggio, ma anche nel miele che usiamo per addolcirlo o nel dentifricio con cui ci laviamo i denti dopo aver consumato il nostro dolce spuntino.

Secondo uno studio commissionato dal WWF all’Università di Newcastle, dal titolo No Plastic in Nature: Assessing Plastic Ingestion from Nature to People, ogni settimana ingeriamo un quantitativo di micro e nanoplastiche pari ad una carta di credito del peso di 5 grammi, prevalentemente attraverso l’alimentazione ed i prodotti di cosmesi. Non sorprende dunque che uno studio pubblicato nel 2022 su Environment International abbia concluso che, su un campione di 22 donatori anonimi, il 77% di queste presentasse tracce di microplastiche nel sangue.

Allarmismi a parte, è evidente come sia ormai impossibile ignorare la portata di un fenomeno diventato ormai così pervasivo. Ma quali sono le conseguenze delle microplastiche per i diversi ecosistemi naturali ed i loro abitanti?

Perchè le microplastiche sono così pericolose? I danni per l’ambiente, gli animali e la salute umana

Come abbiamo ampiamente detto, le microplastiche sono sempre più diffuse, complice soprattutto il costante aumento nella produzione di oggetti di vario tipo in plastica, che sfiora ormai le 400 milioni di tonnellate all’anno. Di questi, oltre 11 milioni finiscono in mare ogni anno. E non parliamo soltanto di rifiuti di medio-grandi dimensioni, ma anche – e soprattutto – di piccoli frammenti di plastica.

Infatti, secondo un report pubblicato sulla rivista Nature nel 2021, il numero di microplastiche che galleggia sulle acque superficiali di tutto il mondo ha ormai raggiunto un numero racchiuso tra i 15 e 51 mila miliardi (numero probabilmente ad oggi superiore, in quanto il report si basava su dati raccolti nel 2015). Queste microplastiche spesso si ammassano in grandi “isole di plastica”, la più nota tra tutte la Great Pacific Garbage Patch al largo della costa occidentale degli Stati Uniti.

Non è dunque un caso che gli habitat marini ed acquatici siano tra le principali vittime dei danni causati dalle microplastiche disperse nell’ambiente. Le sostanze tossiche rilasciate da questi piccoli frammenti di plastica non biodegradabili possono infatti alterare permanentemente la flora marina, causando danni che si riversano anche sugli organismi viventi che la popolano.

Inoltre, queste microplastiche sono spesso ingerite – sia volontariamente che involontariamente – dai pesci e dagli altri animali marini. Con il tempo, queste si accumulano nei loro tessuti, portando nei casi peggiori a blocchi intestinali, ulcere, necrosi, perforazioni e lesioni di vario tipo. Per giunta, come facilmente intuibile, il consumo di microplastiche da parte di pesci ed altri animali marini facilita il loro ingresso all’interno della catena alimentare umana, con potenziali conseguenze dannose per nostra salute. Alcuni studi hanno infatti rilevato come circa il 20% degli animali marini pescati e consumati dall’uomo contengano microplastiche.

Sebbene non sia stato ancora raggiunto un consenso all’interno della comunità scientifica a riguardo, le microplastiche – e sopratutto quelle contenenti alte concentrazioni di inquinanti organici persistenti (Pop), quali policlorobifenili (Pcb) ediclorodifeniltricloroetano (ddt) – potrebbero addirittura arrivare ad interferire con il normale funzionamento del sistema endocrino umano, fino a contribuire alla creazione di alterazioni genetiche permanenti.

La buona notizia è che fermare – o, perlomeno, rallentare – la diffusione delle microplastiche è possibile, così come mettere in atto degli accorgimenti atti a limitare la loro dispersione ed ingestione da parte nostra e di altri esseri viventi. Ecco come.

Limitare la dispersione di microplastiche nell’ambiente: uno sforzo che richiede l’azione congiunta di istituzioni e cittadini

La questione delle microplastiche, classificata dall’Unep (ovvero lo United Nations Environmental Program, il programma delle Nazioni Unite per la Protezione Ambientale) come una delle sei emergenze ambientali più gravi del decennio, è una problematica complessa e sfaccettata, che richiede un intervento celere e incisivo su più fronti.

A livello istituzionale, sarà necessario estendere il divieto di vendita a tutte le tipologie di oggetti realizzati in plastica monouso (per ora in vigore soltanto per determinate categorie di prodotti, tra cui bicchieri, piatti e posate usa e getta e cotton fioc in plastica, ma non per altri oggetti di uso comune), così come velocizzare l’entrata in vigore di una normativa che precluda alle aziende di aggiungere intenzionalmente microplastiche nelle formulazioni di prodotti cosmetici e detergenti, cosa che -allo stato attuale- non avverrà prima del 2030. Al contempo, si dovrà continuare a lavorare su una strategia che incentivi l’utilizzo di imballaggi in plastica riciclabili, riciclati e/o realizzati in materiali alternativi, quali alluminio, carta e, perché no, bioplastica.

Allo stesso tempo, anche i comuni cittadini hanno un ruolo decisivo nella lotta alle microplastiche. E no, non parliamo necessariamente di armarsi di guanti e sacco della spazzatura e ripulire intere spiagge, anche se questo sarebbe un aiuto immenso per il nostro mare ed i suoi abitanti. Quello che vogliamo trasmettere con questo articolo è che il cambiamento passa anche dalle piccole scelte di tutti i giorni, sia riducendo il consumo di prodotti già contenenti microplastiche, che mettendo in atto dei semplici accorgimenti per evitare la loro formazione e dispersione nell’ambiente.

Nella pratica, possiamo impegnarci a:

  1. Evitare l’acquisto di prodotti in plastica monouso, preferendo materiali biodegradabili, riciclabili e riciclati, quali carta, bamboo, alluminio e vetro;
  2. Fare attenzione a eseguire correttamente la raccolta differenziata e, quando in dubbio, fare sempre affidamento alle regole per lo smaltimento dei rifiuti in vigore all’interno del proprio Comune di residenza (solitamente sono facilmente consultabili anche nell’area dedicata all’interno del sito web del Comune di riferimento);
  3. Non disperdere prodotti in plastica all’aperto (questo vale anche per palloncini colorati, coriandoli in misto plastica, e lanterne volanti, tanto belle quanto inquinanti);
  4. Prediligere cosmetici solidi e zero-waste, ovvero protetti da packaging a basso impatto ambientale e creati con formulazioni prive di componenti inquinanti e nocive per l’ambiente, prime tra tutte le dannosissime microplastiche (ovvero i piccoli “granelli” che troviamo nei comuni prodotti per la cura della persona, come dentifrici, saponi o esfolianti), generalmente sostituite da ingredienti naturali quali noccioli albicocca, semi di papavero, chicchi di riso, sfere di jojoba o sale marino;
  5. Lavare i nostri capi a basse temperature, in modo da ridurre il rilascio di microplastiche, soprattutto se si tratta di indumenti appena acquistati o realizzati in fibre sintetiche (i quali andrebbero comunque evitati). Inoltre, per evitare la dispersione delle piccole particelle di plastica nelle falde acquifere, possiamo utilizzare sacchetti per la biancheria come questo, che aiuta a ridurre la rottura delle fibre sintetiche dei nostri vestiti e trattenere quelle che sarebbero altrimenti finite direttamente nello scarico;
  6. Optare per detersivi e prodotti per la cura della casa privi in microplastiche, come queste Eco Tabs per lavastoviglie realizzate con tensioattivi 100% di origine vegetale, o i prodotti ricaricabili e completamente plastic-free Everdrop.
  7. Bere l’acqua del rubinetto, come abbiamo accennato poco sopra, il 93% dei principali marchi di acqua in bottiglia presenti sul mercato contiene una quantità non trascurabile di mircoplastiche, derivanti soprattutto dal tappo e dai processi di imbottigliamento. Al contrario, l’acqua del rubinetto, seppure non priva di queste piccole particelle, ne contiene decisamente meno. Ad ogni modo, questa quantità può essere ulteriormente ridotta grazie all’utilizzo di un filtro da applicare direttamente al rubinetto, come questo, o di una caraffa filtrante, come questa, che ne migliora anche il sapore.
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