Sovranità alimentare: da dove nasce, che cos'é e perché se ne parla così tanto

Sovranità alimentare: da dove nasce, che cos’é e perché se ne parla così tanto

«Un modello di gestione delle risorse alimentari basato sulla sostenibilità e su principi di giustizia sociale e autodeterminazione»: ecco perché il concetto di sovranità alimentare ha ben poco a che vedere – almeno sul piano teorico – con le politiche sovraniste e conservatrici a cui è stato recentemente associato.

Il concetto di sovranità alimentare è stato lanciato più di venti anni fa come proposta alternativa al modello neo-liberale di globalizzazione delle imprese dal movimento internazionale di lotta contadina La Via Campesina. Un movimento che – ironia della sorte – dal 1993 si batte contro lo sfruttamento sconsiderato di risorse ambientali e umane da parte delle grandi multinazionali, l’oligarchia delle sementi, il patriarcato e la violenza contro le donne.

Ma qual è dunque il reale significato del termine sovranità alimentare e perché non ha nulla a che vedere con la promozione di politiche autarchiche o nazionalistiche?

Sovranità alimentare: storia e significato originario del termine

Il termine sovranità alimentare fa la sua prima apparizione nel lontano aprile 1996, durante la Conferenza Internazionale di Tlaxcala (Messico) del movimento di lotta contadina La Via Campesina.

L’intento dietro la proposta del concetto di sovranità alimentare è quello di tratteggiare un nuovo modo di intendere il legame tra alimentazione ed agricoltura, alternativo a quello neoliberale e pro-globalizzazione proposto da organizzazioni internazionali quali l’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) e basato, invece, su un legame sinergico tra alimentazione, agricoltura, ecosistemi naturali e conoscenze locali.

Il fine ultimo della sovranità alimentare è dunque quello di proporre un modello di agricoltura che valorizzi la diversità e supporti la produzione e le tecniche agricole locali (in poche parole, «chi produce stabilisce i propri diritti»). Un paradigma che si pone dunque in netta contrapposizione con gli interessi delle grandi multinazionali, il cui unico interesse è invece quello di massimizzare i propri profitti, noncuranti dei gravi danni ambientali e sociali provocati dalla produzione su larga scala.

Da allora, il concetto di sovranità alimentare è stato ripreso e utilizzato da molte altre organizzazioni, governative e non, tra cui la FAO (Food and Agricolture Organization, l’agenzia specializzata delle Nazioni Unite che ha come scopo ultimo il raggiungimento della sicurezza alimentare su scala globale) e SlowFood (l’associazione internazionale no-profit fondata da Carlo Petrini con l’obiettivo di ridare il giusto valore al cibo, nel rispetto di chi lo produce ed in armonia con ambiente ed ecosistemi).

Inoltre, durante il primo Forum Internazionale per la Sovranità Alimentare, tenutosi nel 2007 a Sélinguè (Mali), è stata adottato la prima definizione ufficiale di sovranità alimentare (Dichiarazione di Nyéléni). Nel testo finale della Conferenza, adottato da 80 Paesi, possiamo leggere che:

La sovranità alimentare è il diritto dei popoli a un cibo sano e culturalmente appropriato, prodotto con metodi ecologicamente corretti e sostenibili, e il loro diritto a definire i propri sistemi alimentari e agricoli. Mette coloro che producono, distribuiscono e consumano cibo al centro dei sistemi e delle politiche alimentari piuttosto che le richieste dei mercati e delle aziende. Difende gli interessi e l’inclusione della prossima generazione […] La sovranità alimentare dà priorità alle economie e ai mercati locali e nazionali e potenzia l’agricoltura guidata dai contadini e dalle famiglie, la pesca artigianale, il pascolo guidato dai pastori e la produzione, distribuzione e consumo di cibo basati sulla sostenibilità ambientale, sociale ed economica.

Più recentemente, il concetto di sovranità alimentare è stato inserito nella costituzione o nelle leggi nazionali di 7 Paesi (Ecuador, Venezuela, Bolivia, Mali, Nepal, Senegal e Egitto) ed è stato ridefinito attraverso la dichiarazione di Nyéléni Europe, documento conclusivo del primo Forum europeo per la sovranità alimentare, svoltosi a Krems (Austria) nel 2011.

Tra i punti principali della dichiarazione un appello a cambiare le politiche pubbliche che regolano i sistemi agricoli e alimentari, assicurandosi che esse «[…] garantiscano la vitalità delle aree rurali, prezzi equi per i coltivatori, gli allevatori e i pescatori, alimenti sicuri e OGM-free per tutti ed il divieto di speculare sulle derrate alimentari e la terra, resistendo alla loro mercificazione, finanziarizzazione e brevettabilità e democratizzando il processo decisionale attinente alla loro fruizione, specialmente nel Sud del mondo […]».

La sovranità alimentare oggi: perché il concetto originario non ha nulla a che vedere con la promozione del made in Italy

Democratizzazione dei processi produttivi, rispetto delle conoscenze e delle pratiche agricole locali e valorizzazione della diversità: questi i valori alla base del concetto di sovranità alimentare come inteso, e poi successivamente sviluppato, partendo dalle richieste del movimento internazionale Via Campesina.
Nulla di più lontano dai concetti di autarchia e sovranismo alla base delle proposte politiche conservatrici dell’attuale esecutivo, tanto che diversi attivisti ed associazioni si sono dimostrati preoccupati per l’adozione del termine da parte della neoeletta coalizione di destra.

Tra questi i membri dell’Associazione Rurale Italiana (ARI), che ribadiscono come «la sovranità alimentare non è un concetto sovranista e quindi nazionalista e di chiusura, ma è un’idea di solidarietà globale delle classi contadine per autodeterminazione delle politiche agricole». E, ancora, Barbara Nappini, presidente di SlowFood Italia, che rimarca come «la sovranità alimentare non è sinonimo di autarchia: è il diritto dei popoli a determinare le proprie politiche alimentari senza costrizioni esterne legate a interessi privati e specifici. È un concetto ampio e complesso che sancisce l’importanza della connessione tra territori, comunità e cibo, e pone la questione dell’uso delle risorse in un’ottica di bene comune, in antitesi a un utilizzo scellerato per il profitto di alcuni».

A rincarare la dose lo scrittore e attivista ambientalista Fabio Ciconte, che arriva a sostenere come l’attuale governo abbia svuotato il concetto di sovranità alimentare «per declinarlo in chiave conservatrice e antiecologica».

Il timore è dunque che il concetto di sovranità alimentare venga utilizzato per concentrare la produzione di risorse a livello nazionale (un tratto che accomuna diversi partiti populisti di destra ed estrema destra europei è infatti l’opposizione alla globalizzazione economica, che confluisce in forme più o meno aggressive di nazionalismo), talvolta a discapito dell’adozione di mezzi e sistemi di produzione sostenibili dal punto di vista ambientale e sociale.

In conclusione, la sovranità alimentare è, nella sua accezione originaria, un concetto profondamente democratico, che unisce produttori e consumatori nella richiesta di politiche ambientali ed agricole più partecipative, egualitarie e rispettose dell’ambiente e dei diritti dei più deboli. Il nostro auspicio è che le lotte di Via Campesina non siano messe nel dimenticatoio e che le sue rivendicazioni non vengano snaturate ai fini di promuovere politiche autarchiche e irrispettose del Pianeta e dei suoi abitanti.



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